Vedi, sogna, vivi.

2010 maggio 15
by miciap

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Magari solo pochi giorni fa mentre guardavi una partita o anni fa durante la Coppa del Mondo hai urlato così forte che la mattina dopo la gola bruciava.

Sicuramente più di una volta nella tua vita sei stato schiacciato tra la folla a San Siro e hai girato per la città con la bandiera della tua squadra, non importa se dell’Inter o del Milan. E hai continuato a suonare il clacson per far sapere a tutti che la tua squadra aveva vinto.

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Ma quando hai dato un calcio alla palla l’ultima volta?

Quando ti sei entusiasmato per un tuo stesso punteggio? La scusa è che lavori fino a tardi; nel week-end avresti tempo ma preferisci dormire; lo sport? Lo fai in palestra, è calda d’Inverno e c’è sempre una doccia bollente dopo.

Ma credi davvero di amare ancora il calcio?

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Nel 2009 Milano ha ospitato la Coppa Mondiale dei Senzatetto. Si, sto parlando dei senzatetto, di quelli che non avresti mai considerato dei bravi giocatori.

Forse hanno provato l’emozione guardando la tv, il brivido del su e giù colpì il loro equilibrio al punto da indurli a guardare ancora e ancora fino a provare personalmente.

Giocano nei parcheggi dei supermarket la notte, giocano comunque con qualunque tempo. Si chiama street football e in questo, siamo sicuri,
sono i migliori.

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La chiamata della Coppa del Mondo 2009 è stato un onore che non avrebbero mai immaginato. Sognare di provare la vibrazione appassionata del football italiano, che batticuore! Hanno fatto tesoro di ogni istante, giocare il football ovunque come a casa loro. Respirare a Milano, l’aria pura come non mai, seppur inquinata.


Testo di Athena Choi
Fotografie di Maurizio Turchet

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Piazza 24 Banche

2010 maggio 12
by filippo.ceredi

visto che le banche non bastavano, in piazza 24 maggio ne hanno appena aperta un’altra.
100 metri circa di perimetro della piazza sono ora occupati dalle vetrine di sette diverse filiali.

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ERRC e NAGA richiedono un intervento internazionale per fermare gli sgomberi

2010 maggio 10
by filippo.ceredi

dal sito del NAGA

Budapest, Milano, 5 Maggio 2010 04

ERRC – European Roma Rights Centre (organizzazione internazionale che lavora per combattere le violazioni e le discriminazioni dei diritti dei rom) e NAGA hanno inviato una lettera alle principali istituzioni di tutela dei diritti umani, europei ed internazionali, per l’ondata, senza precedenti, di sgomberi forzati di famiglie rom e sinti a Milano.

Dal momento che, nel solo 2010, le autorità milanesi hanno ordinato ed eseguito almeno 61 sgomberi forzati, lasciando più e più volte le famiglie rom e sinti per la strada, ERRC e NAGA hanno richiesto con urgenza al Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, allo Special Rapporteur ONU sull’abitazione e all’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, di denunciare pubblicamente le gravissime violazioni di diritti umani e di organizzare una missione di emergenza in Italia.

Il testo completo della lettera è disponibile sul sito di ERRC.

La stessa lettera è stata mandata, per conoscenza, al Ministro degli Interni

Bitte – 8 maggio: conduttori di idee

2010 maggio 9
by filippo.ceredi

Ieri all’Arci Bitte Miciap ha partecipato all’iniziativa di Milano Movida per la discussione di alcuni temi di fondamentale importanza per la città di Milano. In realtà la partecipazione non è stata alta, ma di sicuro la chiacchierata è stata utile per mettere a fuoco una necessità di partenza: costituire una rete di relazioni tra i soggetti che operano nella società civile di Milano per poter costruire insieme iniziative più incisive e far fronte comune su alcune problematiche che riguardano da vicino la vita delle persone che abitano questa città. L’idea, potenzialmente, è carica di prospettive e sviluppi per cominciare a riscattarsi dal torpore che pervade la comunità a (quasi) tutti i livelli.

bitte 8 maggio

scelte lessicali

2010 maggio 5
by nicola.bertasi

dàrsena, s.f., specchio d’acqua di un porto, in cui si ormeggiano navi e barche

darsena milano

schifezza, region. schifenza, s.f., carattere di chi, di ciò che è schifoso: certi insetti sono di una s. intollerabile

darsena8

Abbiamo sete!
Acqua pubblica (firmate per il referendum: www.acquabenecomune.org ) e acqua dove deve stare (nella darsena)

Via Padova contro il Coprifuoco

2010 maggio 4
by barbara.danasi

Dopo la morte di Ahmed Abdel Aziz El Sayed avvenuta lo scorso 13 febbraio in via Padova, e la successiva rivolta che si è scatenata, la giunta comunale ha imposto nel quartiere varie misure di sicurezza: chiusura dei negozi anticipata, rastrellamenti degli abitanti stranieri, controlli a ogni angolo della strada, alimentando un clima di paura e di tensione, che risulta chiaro come non aiuti nell’integrazione e nella convivenza tra le culture diverse che popolano questa multietnica via.

Contro questo “coprifuoco” indetto da metà marzo e tutt’ora in vigore, di cui non ne fanno solo le spese chi abita in via Padova ma soprattutto chi vi lavora, sono state organizzate, lo scorso fine settimana, due iniziative che hanno visto diffondere la coscienza collettiva nell’intero quartiere che le cose così come stanno non funzionano, sviluppando la consapevolezza, sì, che un processo di integrazione è sicuramente difficile e doloroso, ma che comunque esistono oggettivamente realtà ricche di stimolo, associazioni e persone che concretamente vogliono dimostrare che sono possibili vie alternative alle imposizioni comunali che vorrebbero via Padova ridotta a un ghetto.

Lo scorso 29 aprile varie Associazioni di via Padova, la Casa della Carità e la sinistra istituzionale hanno organizzato e aderito a una “passeggiata liberatoria”, dall’angolo di via Don Orione al Parco Trotter, in un percorso a tappe per dar voce alle storie quotidiane della via, dei commercianti, del parroco, delle associazioni. Faccio presente che non si è trattata di una manifestazione politica, ma una semplice camminata per favorire il dialogo tra le persone, discutendo dei problemi che il coprifuoco ha causato, alla quale hanno partecipato bambini, famiglie, boy-scout, la banda musicale e chiunque non fosse d’accordo con lo stato di pressione a cui gli abitanti (soprattutto i migranti) sono sottoposti. Quello che è stato molto spiacevole, fu che la sera stessa, in via Bassano del Grappa, una traversa di via Padova, la Lega Nord, sotto le vesti del movimento “Riprendiamoci Milano”, ha organizzato una assemblea contro i Rom di via Idro, che in un momento così delicato non rappresenta certo un esempio di tolleranza né una forma di rispetto per i principi per i quali il quartiere manifestava nel pomeriggio.

La sera seguente, il 30 aprile, l’Assemblea di via dei Transiti ha dato il via a una serie di iniziative che si vogliono attuare per favorire i contatti con e tra le persone che abitano e lavorano in via Padova: “Jazz contro il coprifuoco”, avvenuto nella piazzetta di Via dei Transiti, davanti e con l’appoggio del C.O.A. T28, è stato un evento che ha voluto dimostrare come ci siano strade alternative per raggiungere una convivenza pacifica, come non siano necessarie le pressioni delle forze dell’ordine per ottenere lo stato di quiete, e come sia altresì possibile raggiungere il dialogo e la conoscenza delle persone solo attraverso la parola e il confronto delle problematiche che investono sia i cittadini italiani che quelli stranieri, e non solamente in via Padova a Milano.

Rimando al link del blog dell’Assemblea di via dei Transiti per ulteriori informazioni riguardo le iniziative a cui si sta lavorando.

Passeggiata Liberatoria in via Padova 29 aprile 2010
Passeggiata Liberatoria in Via Padova 29 aprile 2010
Passeggiata Liberatoria Via Padova 29 Aprile 2010
Jazz contro il coprifuoco 30 aprile 2010
Jazz contro il coprifuoco 30 aprile 2010
Jazz contro il coprifuoco 30 aprile 2010

L’Iconoclasta

2010 maggio 3
by alfredo.bosco

Uso molto la metropolitana; sapete qual è il mio segreto per rendere più piacevole gli spostamenti claustrofobici nel sottosuolo milanese? Faccio finta di essere all’interno di un museo d’arte contemporanea.
Ogni volta, nell’attesa, mi godo le pubblicità affisse nelle gallerie, quasi fossero opere di artisti ignoti e, con il passare degli anni, ho finalmente capito qual è il tema della vera esposizione permanente di Milano: LA TORTURA.
Quante volte ho visto persone distrutte dal lavoro, con i sacchi della spesa, che con la punta del naso indicavano le proprie ginocchia, stramazzanti di fronte ad un fatiscente manifesto di donne caraibiche che giocano nell’acqua.
Certe volte prendere la metropolitana è solamente un atto masochistico: fuori magari è scoppiato il diluvio universale, l’acqua scorre lungo la scalinata e tu, nella bolgia, ti trascini nel sottosuolo.
Orario di punta: l’umidità accumulata nei cappotti rende l’aria tersa e avviluppante, all’interno della galleria d’attesa color lutto-tendente-a-gatto-nero, che di certo non aiuta a rilassarsi, la persona più simpatica che hai incrociato è quella che ti ha spintonato malamente scendendo le scale, in confronto alla quale gli operai di “Metropolis” sono proprio fortunati.
Perché allora, ci dovete torturare con CLASS TV e spiagge color latte in mari da “Isola che non c’è”?
Donne procaci, casinò svizzeri, sfilate di moda, paesaggi da urlo, SPA e terme a mitraglia. Ma cosa vi abbiamo fatto di male?
Noi stiamo in metropolitana come un castrato in un bordello; la prospettiva migliore è uscire, per ritrovarsi poi schiacciati dalla folla di via Torino o dell’entrata di Cadorna.
Perché mai voi ci mettete di fronte un buffet di cui non possiamo approfittare nell’immediato?
Ultima ma non ultima la peggiore delle torture, quella che colpisce la propria autostima: la pubblicità dei centri fitness.
Qualche tempo la reclame di una palestra molto nota presentava un’immagine degna della Gestapo che fu: una ragazza formosetta, guardandosi allo specchio, si metteva sul “popò” la fotografia ritagliata di uno splendido sedere a mandolino.
Immaginatevi una ragazza che si senta un po’ sovrappeso come possa recepire il messaggio davanti ad uno spot di cinque metri per tre che sottolinei il suo problema.
Ovviamente per i maschi c’è la versione pancetta/addominali: beh vi dico solo che lo slogan della pubblicità era “Pretendi di più”. Ok grazie, opto per l’iniezione letale, io veramente pretendo di più.
Pubblicità palestraIl clima che si crea nel sottosuolo di collegamento meneghino ricorda la celebre fotografia di Bourke-White “There’s no way like the American way”: numerosi afroamericani fanno la fila, davanti al manifesto di un’allegra famigliola, ovviamente bianca, e una bella scritta di propaganda dice con tanto candore “Il miglior standard di vita al mondo”.

© At the Time of the Louisville Flood Kentucky 1937 by Margaret Bourke-White

© At the Time of the Louisville Flood Kentucky 1937 by Margaret Bourke-White

Ovviamente noi, intubati nella linea uno, viviamo una situazione molto più agiata, ma l’antitesi grottesca che si crea tra i pendolari e le chiassose immagini lascia spazio a molte riflessioni.
L’esempio delle pubblicità in metropolitana è una delle conferme dell’Iconoclastia, secondo cui le immagini possono essere fisicamente pericolose per l’uomo, in quanto simulacri famelici che con le loro menzogne e le loro forme -ricordiamo le care ragazze caraibiche di cui sopra- ci tengono in uno stato di sudditanza. Che senso ha mostrare il paradiso a chi è incatenato dalle buste della spesa e in salamoia dentro la metropolitana? Non possono scriverci delle barzellette o delle poesie?

Milano Impossibile

2010 maggio 3
by filippo.ceredi

di Clara Miranda Scherffig

Se non ci si passa spesso, ritrovarsi alla stazione di Porta Garibaldi può essere un vero shock. E non perché raggiungere l’entrata della metropolitana è un’impresa faticosa e spiazzante e infinite deviazioni costringono le proprie mete ad un labirintico ritardo; ma perché non ci si ritrova – non ci si riconosce più.
Lo spettacolo diventa particolarmente suggestivo al crepuscolo, quando il buio è sufficiente per accendere l’illuminazione artificiale ma la luce naturale è ancora viva per descrivere gli oggetti secondo i loro colori e le loro dimensioni reali.
Diversi grattacieli si stagliano—non esiste verbo più calzante—in alto, secondo altezze e proporzioni diverse, ognuno seguendo un’evoluzione ignota, guidati da braccia e tentacoli che sembrano prendersi cura di loro come farebbero genitori agili con figli giganteschi.
Le gru e gli attrezzi meccanici si stanno fermando, del resto è ora per tutti di tornare a casa, ma questo non impedisce l’inquietante visione del loro movimento, delle loro azioni lente ma incessanti, irremovibili, certificate da firme di assessori e sottosegretari e sindaci e ministri. Gli addetti al lavoro, o forse quelli dei piani più alti, hanno avuto il cattivo gusto di abbandonare questa carcassa in composizione tutta accesa: e allora le vediamo le budella, i corridoi aperti, le stanze quadrate, i tubi all’aria, le scale mozzate.

Appunto. Di Milano come potrà diventare, possiamo già farci un’idea adesso.
Ma a Milano come sarebbe potuta essere, e non è mai stata, e mai sarà (salvo complicazioni climatiche e morfologiche), nessuno ci pensa mai.

Se Milano avesse il mare.
È vero che c’è il naviglio, e che di tanto in tanto assomiglia anche all’acqua. È vero che piove spesso e il piacere dell’umido lo sentiamo sempre, anche d’estate. Però un po’ d’acqua salata non ci starebbe male.
Chiaramente, se Milano avesse il mare, avrebbe anche un porto. Un porto un po’ vecchio, pratico, necessario per le passate urgenze dell’industria e in disuso per le richieste del presente. Anche se ormai ben lontano dagli antichi fasti, dimenticata la quotidianità scattante che un tempo animava i suoi cantieri e i mercati generali lì accanto (l’attuale casermone-ponte di Melchiorre Gioia), mostra oggi ancora con orgoglio una lunga e solida banchina; proprio dove ora sorge la Stazione Centrale. Da piazza della Repubblica la vista è ambigua, ma non per questo meno bella: sul fondo piatto e lattiginoso della nostra città brutta, ecco un mare ampio, verde, grigio, tutt’uno con le nebbie della pianura, intercettato solo dai ponti e da una nave magazzino, che, unica dopo lungo tempo, si avvicina alla baia.
Le navi magazzino, una volta numerosissime e centro nevralgico dell’attività operaia milanese, scaricano ora il loro esiguo carico presso i docks dell’attuale Cimitero Monumentale, dove i gabbiani agitati si fermano sulle cabine telefoniche e importunano i passanti, non più abituati ad averli tra le nuvole.
Il mare di queste acque—ovviamente sporche—milanesi, è un mare di compromesso, il mare che c’è nelle città grandi, Genova, Napoli, Palermo. È un’acqua che ha pagato lo scotto per essere urbana e non è più di mare, e non da sollievo ma angoscia e ricorda una realtà invernale che vorrebbe essere estiva, ed un clima mite che invece è afoso, e dei cittadini tristi che sognano le crociere ai Caraibi.
Ma forse, potrebbe anche capitare, che salsedine e carbonio insieme, ci diano alla testa…

Se Milano avesse la steppa.
Queste non è difficile da immaginare. Anzi, possiamo dire che ce l’abbiamo già, che Milano sorge in grembo ad una steppa spelacchiata e un pochetto avara: il resto d’Italia con le sue dolci e verdeggianti colline, e noi, un prato bagnato, tutto spianato, come una piazza rinascimentale progettata male.
In Città Studi già viene qualche sospetto, con quella brughiera ispida e insistente, sempre sotto il diluvio, ciuffi di ginepro ed erica sono già lì che sbucano in mezzo alle rotaie che si dirigono verso Lambrate. Poi, proseguendo dove la temperatura raffredda l’erbetta e la città si dirada, verso un piccolo lago che si chiama Idroscalo ed un’abbandonata area di servizio che si chiama Linate, si calpesta una dura steppa, ghiacciata in steli morti e tronchi d’albero che si direbbero ammattiti, non solo per la forma contorta, ma anche per l’ostinazione nel voler starsene lì, in vita.
I milanesi più informati e consapevoli lo sanno, ma anche un osservatore distratto può accorgersene, se aguzza lo sguardo: nascosto dalla nebbia e dal denso inquinamento, un istituto penitenziario fa capolino accanto ad un edificio più alto, una luccicante raffineria di petrolio. Troppo in un colpo solo? Del resto, si tratta pur sempre di una steppa, milanese per di più.

Se Milano avesse le colline.
È chiaro che quel ponte verde che collega Porta Genova a via Tortona, non è lì per caso. Non si tratta di regalarci l’impressione di una Brooklyn contraffatta, ma di ospitare—più semplicemente—una vista panoramica.
Le prime rapide salite di via Savona e Bergognone introducono la prima collina, quella di viale Troya, estesa ma ancora poco alta, tagliata a sinistra dalla ferrovia. Superato un primo avvallamento, spuntano come funghi le colline successive, sempre più gonfie e appuntite, via via allargandosi verso Giambellino, che spicca tra gli altri colli perché si colora di rosso e marrone, quando, poco prima di diventare buio, i pioppi che crescono sulle sue pendici riflettono la luce raccolta durante il giorno.

Se Milano avesse le montagne.
Non ci sono dubbi, la montagna ci farebbe un gran bene.
La sua presenza, solo da un lato, quello nord occidentale, è uno stimolo e uno sprono quotidiano per tutti gli abitanti che si svegliano e stiracchiandosi alla finestra, si pongono come obbiettivo—metaforico o meno, non ci riguarda—scalare la vetta più alta. Siamo ad Amendola Fiera, poco prima di viale Monterosa, una strada che prende il nome dal tenue colore con cui si tinge la città, al passare dell’ombra di questa montagna. Da piazza Verdi la veduta è drammatica: le pendici quasi inesistenti diventano subito roccia scoscesa e chiara, granito possente e pure un po’ minaccioso, anche se dall’aspetto compatto e massiccio; senza scrupolo la parete si innalza mentre ai piedi del monte le attività lavorative si fermano, quasi intimorite; e i milanesi che sono un po’ dei codardi, si sentono bene sotto quel muro e aspettano e sperano di scalarlo.

Miciap – Mi-vida 7/8 maggio

2010 maggio 3
by filippo.ceredi

Miciap partecipa alle iniziative di Milano Movida venerdì 7 (Arci Bellezza ore 19) e sabato 8 maggio (Arci Bitte ore 18). Si profila un confronto molto interessante su alcuni temi riguardanti la città di Milano e sulle sue possibilità di cambiamento.

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retrobottega

2010 maggio 1
by nicola.bertasi

E’ stato rifiutato il progetto di Renzo Piano. L’architetto voleva piantare una cosa come 150 alberi nel centro città lungo l’asse Duomo-Castello ma, così sembra, i bottegai avevano paura che la nuova vegetazione oscurasse le loro insegne. Il secondo motivo del gran rifiuto, anche se riportarlo fa ridere a crepapelle, è abbastanza interessante: secondo fonti comunali, non c’erano soldi per comprare gli alberi.
Bisogna aggiungere che sembra proprio che Piano si offrisse di lavorare gratis.